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L’angelo che ti somiglia
Quando incontri un angelo,
non importa se in metropolitana o dal fornaio,
le costellazioni non precipitano,
non si incrina lo smalto del cielo.
Non avrai un sussulto nel petto,
e il vento, distratto per le strade,
non tremerà sotto le sue ali
tintinnando come cristallo intagliato.
Gli orologi non si fermeranno impauriti,
inciampando sul bordo di un minuto,
né impallidirà come in punto di morte
il vecchio lampione ricurvo.
E nel parco, incendiato d’autunno,
non torneranno a fiorire le piante,
né qualcuno troverà ambra
nelle pozzanghere increspate dalla pioggia.
Quando incontri un angelo,
difficilmente noterai qualcosa di diverso:
sarà un passante con l’ombrello e le borse,
uguale a tutti gli altri.
Nessun sacerdote canterà per lui,
nessun peccatore gli confesserà le proprie colpe,
nessuno cadrà ai suoi piedi,
nessuno gli bacerà le mani.
E il miracolo delle pagine della Bibbia
non dilagherà come un fiume per la città:
il cieco non vedrà la strada
e la polvere non diventerà pane.
Eppure, all’improvviso, comprenderai
cosa significhi compiere miracoli senza oro,
senza ali di platino bianco,
senza spada né poteri magici.
Perché anche con le parole,
non soltanto con i gesti,
si possono curare i feriti.
Nessuno ha mai perso le gambe
per aver ceduto il proprio posto sull’autobus.
Un sorriso, nel gelo umido dell’autunno,
può essere più caldo di una fiamma,
e nessuno è diventato povero
per aver udito:
«Dammi qualcosa, figliolo».
Non cercare di ripulire il mondo
da tutto ciò che è oscuro:
volgiti tu, piuttosto,
verso ciò che è puro.
Non pretendere di salvare
una città dalla fame:
salva un gatto
e i suoi tre gattini.
E allora l’angelo
che camminava solo per la strada
all’improvviso riconoscerà
qualcuno che gli somiglia,
quando, nel vetro di una vetrina
o nell’acqua ferma di una pozzanghera,
per caso incontrerà il tuo sguardo.
E forse sorriderà,
senza che tu sappia perché.
Perché a volte gli angeli
non si riconoscono dalle ali,
ma dal bene che lasciano
dove sono passati.
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